Cannabis Info

Cannabis Info

La marijuana (talora indicata col termine hindi गांजा, Gānjā) è una sostanza psicoattiva che si ottiene dalle infiorescenze essiccate delle piante femminili di Cannabis. In tutte le varietà di canapa sono contenute, in concentrazioni e proporzioni variabili, diverse sostanze psicoattive, stupefacenti e no, tra cui la principale è il delta-9-tetraidrocannabinolo (comunemente detto THC), che rendono la pianta illegale in molti paesi. Ci sono anche varietà coltivabili legalmente, per le quali il limite a questo contenuto viene fissato per legge.

Le piante di cannabis sono dioiche, cioè possono essere di due “sessi” differenti, maschio e femmina: nell’uso che si fa della cannabis a scopo esclusivamente produttivo, i maschi di una varietà vengono usati per essere incrociati con femmine di altre varietà di cannabis per generare poi, dai semi della femmina incrociata, una nuova varietà di cannabis; ogni varietà di cannabis produce principi attivi in diverse quantità rispetto alle altre, un esempio è la Haze o la Kush.

Inoltre, esistono tre grandi varietà di cannabis e, di conseguenza, di marijuana: Sativa, Indica e Ruderalis, che si differenziano sia per le dimensioni delle piante, sia per le concentrazioni di principi attivi, e, di conseguenza, anche per gli effetti indotti dai loro rispettivi derivati. Il materiale vegetale o i preparati a base di cannabis che contengono, in misura apprezzabile, sostanze psicoattive sono considerate “droghe leggere”, cioè sostanze psicotrope incapaci di creare dipendenza.

Etimologia
Infiorescenze di Cannabis (quelle biancastre)

L’etimologia del termine marijuana (con grafia inglese) è sconosciuta.[1] In origine questo era il nome usato comunemente in Messico (marihuana) per indicare la varietà di canapa detta indiana, ove destinata al consumo come sostanza stupefacente. La diffusione internazionale del termine marijuana per designare più genericamente la pianta della canapa, a prescindere dall’uso, è dovuta a un’alacre campagna mediatica promossa negli USA durante gli anni trenta[2] dal magnate dei giornali William Randolph Hearst, il quale adottò un vocabolo messicano dal momento che il Messico era allora considerato negli USA una nazione ostile. I toni scandalistici dei suoi giornali crearono nell’opinione pubblica un clima di avversione per la pianta della canapa che avrebbe portato alla proibizione della stessa da parte del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, che il 14 giugno 1937 firmò il Marihuana Tax Act.

Sono innumerevoli in Italia e all’estero i termini gergali, regionali o subregionali, che identificano la marijuana e l’hashish. Nel gergo comune, per marijuana si intendono le infiorescenze delle piante femminili essiccate e conciate per essere fumate, benché il fumo non sia l’unico veicolo dei cannabinoidi, essendo liposolubili. I metodi di assunzione alternativi a quello tradizionale prevedono ad esempio l’infusione nel latte, nel burro o in altri lipidi nei quali si possano sciogliere i cannabinoidi attivi (THC). Dalle infiorescenze si ricava anche una particolare resina lavorata la cui consistenza può variare da solida a collosa in relazione alle modalità di produzione (l’hashish).

Ganja è il termine in lingua creolo giamaicana utilizzato per indicare la marijuana, erba ritenuta dai rastafariani indispensabile per la meditazione e la preghiera.

Negli anni trenta, l’antropologa Sula Benet ha evidenziato la possibilità che gli antichi israeliti facessero un uso sacrale della cannabis, desumendo l’informazione dai versetti della Bibbia in cui si parla di kaneh bosm.

La crema di hashish è usata per scopi meditativi anche dai Sadhu indiani, da molti monaci buddhisti in Nepal e, in generale, nella zona himalayana.
Effetti
Indotti
Vaporizzatore con tubo flessibile
Il sebsi, una pipa con fornello molto stretto (migliore: diametro di 5.5 mm) che contiene un setaccio di filo, usata in Marocco per fumare hashish

Gli effetti indotti dall’uso di marijuana sono svariati, hanno differente intensità a seconda del soggetto, dalle circostanze psicofisiche in cui la si assume, dalla contemporanea assunzione di alcool o altre sostanze psicoattive, dall’assuefazione del consumatore e dalla quantità di principio attivo (THC) assunta e della composizione chimica della specie presa in esame; ad esempio le specie con alti valori di CBD e moderati o bassi livelli di THC hanno effetti localizzati principalmente sul fisico, apportando analgesia e rilassamento, caratteristiche che la rendono preferibile rispetto ad altre per uso terapeutico; i principali effetti possibili sono:

analgesia
eccessiva sonnolenza diurna
euforia
diminuzione della pressione intraoculare ed endooculare

Immagine che illustra i 3 fenotipi di Cannabis
attenuazione della reattività fisica
temporaneo abbassamento o innalzamento della pressione del sangue
amplificazione dei sensi
aumento del battito cardiaco
aumento dell’appetito (comunemente detta “fame chimica”)
può provocare stati d’ansia
possibile sviluppo di patologie mentali
può provocare nausea con conseguente vomito

Mentre per alti contenuti di THC e bassi di CBD gli effetti risulteranno narcotici e in casi particolari anche psichedelici. Consumatori abituali riferiscono che in alcuni soggetti questi effetti tendono a scomparire o attenuarsi, probabilmente per via dell’instaurarsi di un certo grado di tolleranza specifica.

Non è ancora chiaro se fumare marijuana aumenti o diminuisca il rischio di cancro. Inoltre, l’uso di tali sostanze può provocare, nei soggetti ove siano già presenti a livello latente, effetti come: disorientamento e forte opacità cognitiva, apatia (in caso di assunzione prolungata e predisposizione), euforia, maggiore sensibilità ai colori, sonnolenza.

In quei paesi nei quali è consentito l’uso medicale di questa sostanza, si cerca di proporre all’utilizzatore l’impiego di apparecchi atti a ridurre il danno da fumo, come ad esempio vaporizzatori che evitano la combustione delle infiorescenze estraendone, comunque, i cannabinoidi.

Al pari di ogni altra molecola attiva, anche gli effetti collaterali dei cannabinoidi sono in stretta relazione col metabolismo e con le dosi assunte dal soggetto. Uno studio condotto da ricercatori della University of Southern California e dell’Università di New York ha mostrato una diminuzione della depressione nei consumatori di cannabis.

L’assunzione di questi derivati con altri farmaci non produce controindicazioni o effetti dannosi (può accadere a volte che l’effetto di un farmaco assunto sotto uso di cannabis abbia gli effetti amplificati)

I vari effetti, come detto in precedenza, possono essere condizionati in maniera influente anche da due fattori psicologici: il set (lo stato d’animo di chi consuma) e il setting (la compagnia con cui si trova e il luogo dove si trova il consumatore). Nel marzo 2007 la rivista scientifica The Lancet pubblica uno studio che evidenzia minore pericolosità della marijuana rispetto ad alcool, nicotina o benzodiazepine. Le leggi di mercato nel campo della cannabis, e il suo prestarsi all’ibridazione, fanno sì che vengano commercializzate varietà con concentrazioni sempre maggiori di cannabinoidi (specialmente di THC); questo, ovviamente, ha ripercussioni sull’entità degli effetti.

Attualmente si stanno conducendo studi sugli effetti dell’esposizione prenatale alla marijuana, che pur escludendo l’aumento di patologie perinatali (parto prematuro, basso peso alla nascita) hanno riscontrato effetti sullo sviluppo delle cellule del sistema nervoso nella corteccia prefrontale e nell’ippocampo. Clinicamente questi bambini presentano deficit dell’apprendimento, problemi della socializzazione e turbe comportamentali (simili, nei casi più gravi, alla sindrome alcolica fetale), che compaiono in età scolare.

Tuttavia, altri studi avrebbero evidenziato che l’esposizione moderata ai cannabinoidi della marijuana durante la gravidanza diminuirebbero della metà il rischio di morte alla nascita.
A lungo termine

La maggior parte delle sperimentazioni condotte su topi da laboratorio è stata intrapresa somministrando esclusivamente THC veicolato in soluzione diluente, per lo più non nella sua versione naturale ma nella sua variante sintetica, escludendo la somministrazione in contemporanea degli altri cannabinoidi presenti naturalmente nel fiore di cannabis che viene comunemente fumato. Come diversi studi scientifici dimostrano, i cannabinoidi hanno la capacità di interagire tra di loro una volta assunti nel corpo umano.

L’esempio più comune è dato dal principio attivo CBD, non psicoattivo, che ha la proprietà di annullare gli effetti negativi del THC su respirazione, battito cardiaco, pressione sanguigna; molto importante per pazienti che soffrono di problematiche cardio-vascolari o cardio-respiratorie. Le varietà di cannabis per uso terapeutico possono arrivare a contenere una percentuale di CBD anche del 14%, ma questo dipende molto dal tipo di malattia con cui si ha a che fare; infatti, il Bedrocan, noto farmaco importato dall’Olanda, ha una percentuale di CBD solo dell’1% circa, e THC al 19% circa.

Uno studio pubblicato sulla rivista New Scientist nel 2008 ha evidenziato che un consumo a lungo termine di canapa provoca anormalità strutturali dell’ippocampo (ovvero l’area del cervello che regola le emozioni e la memoria) e dell’amigdala (l’area del cervello che controlla la paura, e l’aggressività). Questo studio ha evidenziato una diminuzione del 12% del volume dell’ippocampo e del 7,1% del volume dell’amigdala in consumatori regolari.

Alcuni studi avevano suggerito, per i consumatori abituali di cannabis, una probabilità più elevata di sviluppare alcune malattie psichiatriche rispetto alla popolazione generale.[12]; tuttavia, uno studio effettuato dall’Università di Harvard nel 2013 ha dimostrato che non vi sarebbe correlazione tra consumo di canapa e sviluppo di problemi psichiatrici[13]. Uno dei maggiori studi osservazionali su larga scala conclude che la probabilità di ammalarsi di schizofrenia sarebbe tanto più elevata quanto maggiore è stata l’esposizione alla cannabis, con un effetto di tipo “dose-risposta” (tutto questo attraverso l’esposizione e l’uso prolungato e continuo della cannabis in età adolescenziale)[14]. Studi più recenti giungono a conclusioni simili ma anche opposte.

Uno studio della durata di 35 anni pubblicato nell’agosto del 2012 dalla National Academy of Sciences ha fornito evidenza oggettiva di danni irreversibili sull’apprendimento nei consumatori cronici adolescenti.[18] Lo studio ha evidenziato danni persistenti all’intelligenza, alla capacità cognitiva e di memoria in soggetti minori di 18 anni, danni invece non evidenziati in soggetti che hanno cominciato a fumare in età adulta.[19] Risultati affini sono stati raggiunti da un altro studio pubblicato nel luglio 2012, in cui sono stati evidenziati problemi cerebrali e scompensi nell’attività neurale in alcune zone del cervello in consumatori adolescenti e di giovane età.

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