Se la Polizia entra a scuola

Soft Secrets
01 May 2014

Lo stato attuale della scuola pubblica in Italia è ben noto ai più: aule che cascano a pezzi, classi da 30 ragazzini, personale docente in perenne turnover e continuità didattica pari a zero. Che l'istruzione non fosse tra le priorità della spesa pubblica, ce lo ricordano ormai da decenni le puntuali riforme che accompagnano l'insediamento di ogni nuovo governo. Eppure c'è un altro dicastero che pare abbia deciso di investire tempo, denaro e personale nelle scuole italiane: il Ministero dell'Interno.


A lui fanno capo le decine di Questure che negli scorsi mesi hanno sguinzagliato centinaia di agenti della forze dell'ordine, con relative unità cinofile, per perquisire le aule di diversi istituti superiori italiani. Perché la Fini-Giovanardi sarà anche decaduta ma, a quanto sembra, le Forze dell'ordine ci tengono a far sapere ai giovani che “la droga” è ancora un tabù: reprimere per curare, un motto da sempre caro alle nostre Istituzioni. Soprattutto se si tratta dei giovani.

Quella che a prima vista parrebbe un'operazione ben coordinata dalla Polizia di Stato per coprire gli istituti superiori della penisola, non ha avuto eco nazionale sulle cronache. Ma con una semplice ricerca online è stato possibile rendersi conto della portata del fenomeno “perquisizioni a scuola”. Riporto testualmente dalle cronache locali. 

7/4/14 – Genova, Blitz antidroga in quattro scuole, “Interventi concordati con i presidi”. Il cane Gipsy scova cannabis, cartine e un grinder: in un’altra classe, all’interno di un termosifone, dentro un calzino arrotolato sono state rinvenute 5 bustine trasparenti contenenti sostanza stupefacente derivata dalla Cannabis. Droga e materiale per il confezionamento sono stati sequestrati (…)

4/4/14 – Forlì, Blitz antidroga della Polizia nelle scuole: i poliziotti hanno trovato 3 grammi di hashish, probabilmente lanciato dalla finestra di una classe, dopo che qualcuno ha visto l’arrivo degli agenti. Un grammo e 90 di “fumo” è stato invece trovato nel baule di un’auto. Auto di uno studente, segnalato alla prefettura come assuntore (…)

15/3/14 – Pontedera (PI), a scuola i cani antidroga Aga e Zac scovano il fumo proibito: tre gli studenti sorpresi con la droga. E uno di questi è finito nei guai, con una denuncia alla Procura della Repubblica del Tribunale dei Minori di Firenze (…)

16/1/14 – Rovigo, smascherato giro di marijuana a scuola: una denuncia a piede a libero e un deferimento alla Procura dei minori di Venezia. Questo il bilancio dell'attività investigativa della Squadra mobile della Questura rodigina in seguito ai controlli antidroga in alcuni istituti scolastici del capoluogo (…)

30/1/14 – Pordenone, droga: perquisizioni nelle scuole. È scattata all'alba una vasta operazione della Polizia di Stato contro lo spaccio e il consumo di droga nelle scuole e tra giovani e giovanissimi di Pordenone (…)

10/1/14 – Mestre, 42 perquisizioni per 3,6 grammi di marijuana: nel corso delle verifiche, uno studente di 16 anni è stato trovato in possesso di 3,6 grammi di marijuana, mentre altri due grammi dello stesso stupefacente sono stati trovati in un pacchetto di sigarette abbandonato in un cestino dei rifiuti. Gli agenti hanno controllato complessivamente 42 persone (…)

Questo solo per fare alcuni esempi e per sottolineare la continuità delle operazioni che le forze dell'ordine stanno conducendo in moltissime scuole della penisola. L'ultimo blitz, in ordine di tempo, è stato quello ai danni dell'Istituto per Geometri “Sangallo” di Terni, assurto agli onori delle cronache extra-cittadine per il coraggioso quanto straordinario gesto di Franco Coppoli, docente di lettere. Lo scorso aprile, nella sua 5ºC, si è presentata la Polizia per un controllo antidroga che interessava quattro scuole superiori, anche questo portato avanti in accordo con i rispettivi dirigenti scolastici. Ma il professor Coppoli gli agenti non li ha voluti fare entrare in classe, a nessun costo. 

«Sarà la mia formazione politica – racconta ad ADUC – ma mi è venuto in mente il Cile. Ero in cattedra e stavo interrogando quando la porta si è aperta e ho visto un cane lupo e tre poliziotti. Hanno intimato di uscire dall'aula. Ho chiesto loro se avessero il mandato di un magistrato, mi hanno risposto che erano autorizzati dalla preside. A quel punto ho fatto presente che non potevano bloccare l'attività didattica e che avrei presentato una denuncia per interruzione di pubblico servizio qualora lo avessero fatto. Il controllo, in classe, non c'è stato». 

Che il professor Coppoli sia un pasionario lo dimostra il fatto che nel 2009 fosse già finito al centro delle cronache per avere rimosso il crocifisso dall'aula durante le sue lezioni. Su di lui pende oltretutto la spada di Damocle della rappresentanza Cobas – spauracchio sindacale per qualsiasi datore di lavoro, figurarsi per il Ministero dell'Istruzione. Sta di fatto che prof Coppoli, divenuto con ogni probabilità un idolo agli occhi dei suoi studenti, è stato immediatamente iscritto nel provvedimento disciplinare che il dirigente scolastico pro tempore ha aperto e inviato all’Ufficio scolastico regionale dell’Umbria.

In quanto pubblico ufficiale – per la legge italiana, anche gli insegnanti rientrano nella fattispecie – il professore di lettere non avrebbe dovuto ostacolare il lavoro dei “colleghi” poliziotti e dei loro cani addestrati ma, anzi, avrebbe dovuto prontamente consegnare i suoi studenti e i loro zaini per accelerare le procedure di perquisizione. 

Questo è quanto affermano i superiori del provveditorato, da qui il provvedimento disciplinare che, se magari non costerà il posto, certamente creerà dei disagi al professore, il quale però non sembra particolarmente turbato, anzi. «Rifarei tutto – spiega apertamente Coppoli – è gravissima la presenza della polizia nelle scuole, non ha nessuna finalità educativa ma solo, eventualmente, repressiva. E questo con la scuola che c'entra? Se un ragazzo avesse problemi di droga non credo si risolvano con un cane. Le aule scolastiche sono e devono essere luoghi di aggregazione ed inclusione, gli studenti devono essere accolti nella scuola, non ne devono aver paura. Ecco, l'azione della polizia è un'intimidazione». 

Intimidazione. Un vocabolo che alle prime potrebbe apparire forte ma che, se inquadrato nel contesto in cui si svolgono queste operazioni, non può che risultare calzante. Proviamo a fare un ragionamento. Ora, chi commissiona e mette in atto delle perquisizione nelle scuole con cani poliziotto avrà certo le sue leggi di riferimento che dimostreranno che l’azione è legittima.

Come dicevamo sopra, la Fini-Giovanardi sarà pur sempre decaduta ma il reato di detenzione ai fini di spaccio c'è ancora. Peccato che, osservando i magrissimi bottini raccolti nei vari istituiti, questo reato non sia mai stato sventato. Il punto infatti è uno ed è abbastanza semplice: anche nel caso in cui la perquisizione fosse legittima, con regolari mandati ed assensi da parte dei dirigenti scolastici, le manca comunque il conforto del buon senso.

L’operazione che ha coinvolto anche la scuola del professor Franco Coppoli – come le altre nel resto d'Italia, abbiamo visto – ha prodotto solo il rinvenimento di pochi grammi di hashish: un bottino decisamente magro se si pensa alle risorse e al personale impiegato nelle perquisizioni. Che per di più hanno riguardato il sequestro di una sostanza che la Corte Costituzionale - il massimo organo giurisdizionale - ha di recente nettamente distinto dalle droghe pesanti le quali, invece, non hanno minimamente interessato le perquisizioni delle squadre della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. 

Tenendo poi conto che ad essere perquisite sono state centinaia di persone, centinaia di ragazzini (la maggior parte dei quali minorenni), non si può certo parlare di un bilancio di cui vantarsi. Insomma: se all’interno delle aule perquisite si fosse scovato il nipote di Tony Montana dedito a spacciare un carico di cocaina appena arrivato dal Sudamerica, un senso a questa storia lo si sarebbe potuto al limite trovare. Invece, a fronte di un dispiegamento di forze certamente spropositato, con numeri da retata, i risultati dei blitz nelle scuole superiori italiane abbiamo visto che sono stati solitamente del tutto trascurabili. 

Secondo la filosofia proibizionista – e di certo anche secondo la logica di molti genitori apprensivi e terrorizzati dall'idea che il/la figlia possano diventare dei “drogati” – l'utilizzo della perquisizione in aula non può che sembrare un mezzo utile ed efficiente nella lotta all’utilizzo di sostanze stupefacenti. Così come al professor Coppoli, anche a noi di Soft Secrets questa sembra invece una situazione di mirata repressione.

E non è difficile usare la parola repressione o intimidazione, in quanto gli studenti, oltre a non essere stati preventivamente avvisati di tale incontro/scontro, si sono trovati davanti ad una decisione già presa su un fatto che li riguardava direttamente, investendo completamente la loro privacy. In poche parole non è stata data loro la libertà di formare un contraddittorio o comunque di esprimere la loro opinione a riguardo: in quanto alunni in una pubblica aula hanno dovuto sottostare alle perquisizioni.

Tutto ciò senza considerare un’altro importantissimo aspetto: il metodo con cui tale controllo è stato esercitato. Ancora una volta la parola repressione si presenta come la più adatta, in quanto la posizione adottata della unità cinofila, invece che trasmettere un messaggio di sensibilizzazione contro l’uso delle droghe e le sue successive implicazioni e conseguenze sia sul piano legale che su quello fisico, ha se mai prodotto negli studenti solo panico ed un senso di ingiusta oppressione. 

Se è vero che nelle scuole i ragazzi sono in un luogo deputato all'educazione e alla trasmissione del senso di disciplina che lo Stato impone coi suoi principi costituzionali, dall'altro lato sono oggi moltissime le recriminazioni che gli studenti – e spesso gli stessi genitori – avocano in nome di una maggiore tutela della privacy, di una maggiore libertà espressiva e, in generale, di un'educazione più laica in tutti sensi.

Ad esempio, il sequestro di un cellulare durante una lezione o un compito in classe è un atto punibile secondo il codice penale per violazione della privacy. Lo stesso vale per la richiesta di svuotare lo zaino o mostrare effetti personali come il diario. La perquisizione non autorizzata degli alunni integra sempre il reato di abuso di potere, quando viene fatta in modo indiscriminato, senza che vi siano fondati sospetti di violazione della legge.

Ora, nei casi sopracitati (da Mestre a Pisa, da Rovigo a Pordenone, etc.) le perquisizioni portate avanti, spesso con unità cinofile, risultano quanto meno indiscriminate nella misura in cui hanno interessato interi istituti e non singoli studenti. Probabilmente per ovviare a questo cavillo, le forze dell'ordine si sono rivolte ai dirigenti scolastici, i quali hanno facoltà di autorizzare o addirittura di richiedere controlli a tappeto all'interno delle aule. Peccato che, nel ricorso all’utilizzo delle forze dell’ordine all’interno di una scuola per un motivo del genere, c’è la negazione in radice della vocazione stessa di quel luogo. 

Laddove un docente, un preside o chiunque altro al loro posto avessero la percezione che c’è qualcosa che non va nei ragazzi con i quali lavorano, rientrerebbe nel loro ruolo di educatori parlarne con i singoli, con il gruppo, con i genitori. Permettere, o addirittura richiedere, di farli annusare da cani poliziotto in un luogo in cui si va per conoscere il mondo, è abdicare al ruolo stesso di educatori. È negare la complessità, le articolazioni, le fragilità di ragazze e ragazzi che sono materia plastica in cerca di forma. Ma questa è la scuola italiana, una scuola dove da sempre si preferisce reprimere piuttosto che educare.

 

S
Soft Secrets