Coltivazione

Punti di vista

Per: Kevin, September 28, 2016

Poco tempo fa ho visto una recensione del mio libro Canapicoltura Indoor in cui si considerano obsolete tecniche, materiali e strain. Canapicoltura Indoor è stato pubblicato nel 2003 e sicuramente sono stati fatti miglioramenti, ma chi ha provato a seguire il testo ha sempre fatto facilmente intorno al grammo/watt: produzione che oggigiorno sembra ai più un miraggio. Non pretendo di insegnare le tecniche più professionali e non mi interessa quello che vuole il mercato, ma sono più di 40 anni che lavoro con la cannabis e ho imparato ad avere un profondo rispetto per il “dono degli Dei”. I miei insegnamenti sono sempre stati per una produzione non mirata ad un commercio, ma alla più alta qualità, nel modo più semplice possibile.

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Poco tempo fa ho visto una recensione del mio libro Canapicoltura Indoor in cui si considerano obsolete tecniche, materiali e strain. Canapicoltura Indoor è stato pubblicato nel 2003 e sicuramente sono stati fatti miglioramenti, ma chi ha provato a seguire il testo ha sempre fatto facilmente intorno al grammo/watt: produzione che oggigiorno sembra ai più un miraggio. Non pretendo di insegnare le tecniche più professionali e non mi interessa quello che vuole il mercato, ma sono più di 40 anni che lavoro con la cannabis e ho imparato ad avere un profondo rispetto per il “dono degli Dei”. I miei insegnamenti sono sempre stati per una produzione non mirata ad un commercio, ma alla più alta qualità, nel modo più semplice possibile.

Vi elenco una serie di scelte nel lavoro di coltivazione delle quali sono ancora convinto, e che possono ancora portare a raccolti e qualità superiori:

Scelta del seme

Oggi si commercializzano soprattutto semi “femminizzati”, praticamente cloni di un solo genitore. Nei semi femminizzati il patrimonio genetico è dimezzato rispetto ad una pianta normale. Si sceglie una femmina bella, la si mutila per farne talee, di cui una parte saranno sottoposte ad una tortura con una sostanza chimica tossica per le piante. Tanto tossica da farne morire una parte e da costringere la parte sopravvissuta a cambiare sesso, intuendo che in quell’ambiente non è possibile riprodursi in modo sano. E sarebbe doloroso per qualunque progenie continuare la vita. Le piante “femminizzate” non hanno capacità di adattamento, non permettono nessun miglioramento varietale e sono “addolorate” (anche, spesso, negli effetto che danno ai consumatori). Scegliete semi sani, regolari (da cui nascano veri maschi e vere femmine), da cui potrete fare selezione e costruirvi la vostra varietà. Adattata al vostro ambiente, alle vostre condizioni e alle vostre esigenze. Potrete imparare tanto dalla pianta, imparare ad amarla, a rispettarla e ad essere ricambiati. Nei semi regolari ci sarà una differenziazione di individui (fenotipi) in cui qualcuno sarà di sicuro il migliore per voi. Se avrete conservato da parte il polline dei migliori maschi potrete cominciare a produrre i vostri semi, e la soddisfazione sarà tanto maggiore che se li aveste comprati.

Scelta delle piante da riprodurre

Questo vale per i “breeders”: la prima selezione che si deve fare è quella di piante sane. Devono essere resistenti a parassiti e muffe, resistenti a stress idrici e ai cambiamenti di temperatura, in grado di crescere rapidamente, con una struttura robusta e un apparato radicale esteso, capaci di adattarsi a diversi ambienti, e, solo per ultime scelte, in grado di produrre abbondante resina e di garantire un’alta produzione di infiorescenze. Le piante con una resina con tricomi più piccoli in genere hanno aromi più “raffinati” di quelle con tricomi molto grandi (che servono soprattutto al mercato, per “fare scena”…).

Crescita/messa in fioritura

Le piante di cannabis devono poter crescere liberamente (con almeno 5 litri di terriccio) fino a quando sviluppano i “primordi”: prime avvisaglie di fiori, due palline piccolissime fra il fusto e l’ascella della foglia (non un ramo), generalmente fra la sesta e la nona coppia di foglie, fra i 30 e i 45 giorni dall’emergenza. Da queste palline dopo pochi giorni usciranno due pistilli bianchi (se la pianta è femmina) oppure le palline si staccheranno dal fusto, attaccate ad un peduncolo (e in questo caso è un maschio). È inutile e controproducente accorciare a 12 ore il tempo di luce/buio se le piante non hanno ancora sviluppato i primordi: i primordi sono il segnale della raggiunta maturità sessuale e da questo punto, se le ore di luce sono inferiori (in genere) alle 14-15 ore le piante continueranno la fioritura; se superiori (da 15 in poi) riprenderanno la crescita e i primordi seccheranno. Se il tempo di fioritura viene anticipato le piante si allungheranno eccessivamente, non svilupperanno rami laterali e avranno meno vigore per produrre infiorescenze abbondanti e rigogliose. Se trovate scritto di far crescere le piante, ad esempio, per 15 giorni, questo si riferisce a talee radicate, e non a piante nate da seme.

Foglie

Non bisogna mai togliere le foglie, a meno che siano ammalate o infestate per più del 50% della superficie. Le foglie sono il polmone della pianta e una fabbrica di sostanze utili alle infiorescenze. L’infiorescenza non deve prendere più luce e non è vero che togliendo la foglia si permette all’infiorescenza sottostante di crescere meglio: le si portano solo via delle sostanze utili. Quando la foglia ha esaurito la sua funzione, secca e cade da sola (a questo punto è meglio eliminarla per evitare infestazioni). E, per un’alta qualità, le foglie si devono lasciare anche mentre le piante seccano (vedi oltre).

Ph

Il ph si misura con l’acqua che esce da sotto il vaso, e non quello della soluzione nutritiva (a meno che sia indicato espressamente sulla confezione). In genere, con la terra, il ph ideale è un poco più alto che in caso di coltivazione idroponica (che, per un uso sano, sconsiglio).

Fioritura

Le varietà a fioritura più lunga danno raccolti decisamente superiori come qualità e come quantità. Nel cambio di ore luce/buio (da 18/6 a 12/12) è importante aumentare l’intensità delle fonti luminose e consigliato, se si vogliono piante compatte e cespugliose, mantenere fonti di luce blu (MH, a ioduri metallici) per almeno una decina di giorni. I neon e i LED non hanno abbastanza intensità per penetrare oltre i primi 15-20 cm. dalla cima.

Molti oggigiorno usano i LED anche per completare la fioritura: se lavoriamo con un “sea of Green” , in cui si raccoglieranno solo i 20 cm superiori, è una scelta sensata. Ma se lavoriamo per il volume, dove troveremo infiorescenze anche 80-100 cm lontano dalla cima, avremo bisogno di fonti luminose in grado di garantire abbastanza intensità a tali distanze: lampade a scarica (MH e HPS) e al plasma (allo zolfo).

In fioritura le piante avranno bisogno di almeno 20 litri di terriccio, se i vasi finali per le piante potranno contenerne di più, tanto meglio. Con vasi più piccoli dovrete, ad un certo punto somministrare tanti nutrimenti come se le piante stessero crescendo in idroponica, e sicuramente il gusto delle infiorescenze ne risentirà, e sarete costretti a maggiori controlli e interventi.

Come consiglio, quando pensate che le vostre piante siano pronte, aspettate ancora 10-15 giorni a raccoglierle (e bagnatele con sola acqua): a me le verdure e la frutta piacciono ben mature.

Raccolta/essiccagione

Se riuscite a raccogliere solo le parti della pianta mature, e ad attendere per quelle sottostanti, il raccolto sarà maggiore e più uniforme come maturazione. Cercate di toccare il meno possibile le piante e le parti tagliate, di non appoggiarle qua e là e di appenderle subito a testa in giù. Senza togliere le foglie! Le foglie proteggono le cime da sfregamenti, toccamenti e polvere. Durante l’essiccagione buona parte dell’acqua evaporerà attraverso le foglie, permettendo alle infiorescenze di conservare gli aromi che andrebbero in parte persi se l’acqua evaporasse attraverso i fiori. Ci vorrà più tempo, ma anche l’asciugatura delle infiorescenze sarà più omogenea. Ricordatevi che la clorofilla ci mette almeno 20 giorni a degradarsi e fumare cime umide e piene di clorofilla non è piacevole.

Dopo almeno 20 giorni potrete pulire le cime (operazione, fra l’altro, molto più veloce e pulita che se eseguita con le piante fresche) e riporle in vasi ermetici o conciarle. Fare questo lavoro sopra ad un setaccio (con i fori da 150 a 240 micron, a seconda della grandezza della resina) permetterà di ottenere resina di alta qualità, se poi ripulita (con setacci da 45 a 90 micron) il prodotto potrà essere eccellente.

Concentrati /estratti

I metodi tradizionali per concentrare la resina sono due: a mano, dalle piante vive (Himalaya), e, con le piante secche, su setacci (dal Marocco al Turkestan Cinese, passando per il Nordafrica, il Libano, la Turchia, la Grecia, le Repubbliche a sud dell’ex Unione Sovietica, l’Afghanistan e il Pakistan). A questi si deve aggiungere il metodo con acqua fredda e ghiaccio (una variante è con il ghiaccio secco) e le diverse prove fatte con vibrazioni varie (ultrasuoni, onde sonore). Un metodo nuovo, che sembra promettere una buona resa ed un’alta qualità con infiorescenze senza semi è il cosidetto “rosin”, che consiste nel pressare a caldo i fiori e raccogliere la resina che si deposita: se si avvolgono le cime in un tessuto di nylon con fori da 25 micron (la maglia più fine x l’ice) la resina raccolta sarà praticamente pura.

Per le estrazioni il discorso si complica: è stato provato qualunque tipo di solvente, ancora oggi gli estratti fatti con il butano sono molto considerati, ma ricordatevi che ogni tipo di solvente derivato dal petrolio è tossico, e, anche se riuscissimo ad eliminarlo completamente la sua traccia rimarrà su ogni molecola del nostro estratto.

L’alcol isopropilico è una schifezza (io faccio la grappa, e l’isopropilico è nelle code, sgradevoli e indigeribili), lo usano gli americani perché non hanno accesso all’alcol etilico, l’unico solvente accettato per estratti per uso medico.

Gli oli vegetali sono buoni solventi (olio d’oliva, di sesamo, di canapa, di cocco, di girasole) ma in genere non si riesce ad avere una concentrazione di principi attivi abbastanza alta e gli estratti così ricavati sono difficilissimi da analizzare, perché impossibili da separare dall’olio usato come solvente.

L’anidride carbonica in stato supercritico (intorno alle 73 atmosfere di pressione e ai 36 gradi centigradi) diventa un solvente molto selettivo, utile per separare molecole di materiali puri. Utile ad un’industria farmaceutica, ma usata con macchinari estremamente complicati e costosi.

La classica estrazione con alcol etilico è sempre valida, e la possiamo migliorare ed ottenere estratti ad altissima concentrazione di sostanze attive (vedi SSIT n. 3 2015: tutto sull’estrazione di cannabis medicinale)

Canapa industriale

Due parole anche su questa parte importantissima: ultimamente ho visto che si cercano di adattare i raccolti alle macchine, e per me questa è una bestialità. Le varietà francesi, monoiche, per me sono uno scherzo, ed un tentativo di monopolizzare il mercato (il seme di base deve essere continuamente reincrociato per ottenere il monoicismo nella varietà).

Le nostre varietà classiche, dioiche, di canapa (Carmagnola e CS, ma anche, in un futuro prossimo, Eletta Campana e Fibranova) danno piante giganti (fino a 6-7 metri), con raccolti in canapulo e semi corrispondenti. Finora si è cercato di farle seminare tardi, per avere piante più piccole e quindi più facili da tagliare per le macchine disponibili. Ma i macchinari per le piante giganti esistono, e si possono fare ex novo. Basta che possano lavorare. Speriamo (ed è più che una speranza…) che dal prossimo anno ci possa essere abbastanza seme delle nostre varietà da permettere un vero rilancio della canapicoltura, con le vere piante di canapa. È importante che si facciano in ogni zona impianti per la separazione della fibra dal canapulo, raggiungibili dall’agricoltore con i suoi mezzi. È importante che si facciano conoscere tutti i prodotti in canapa e si crei un mercato locale in ogni zona di produzione.

Con la speranza che il ritorno del dono degli dei nei campi aiuti a capire che non bisogna più usare veleni in agricoltura. Per la salute di tutti.

Autore: Franco Casalone

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