Coltivazione

Ruggine meccanica e libertà

Per: Soft Secrets, April 4, 2019

Valerio Monteventi è un mito a Bologna. Forse anche per l’aspetto da gigante tranquillo che lo contraddistingue dopo aver lavorato alla Ducati Meccanica, in una città in cui il ciclo e la canapa sono strettamente collegati al tentativo di vietare entrambi e alla alla figura di un industriale della canapa come Antonio Pezzoli, escursionista, fotografo e fondatore dell’Automobile Club.

Dal tempo delle lotte operaie e della sua ingiusta detenzione, causata dalle accuse di un terrorista pentito, Valerio Monteventi è rimasto dalla parte del torto anche a livello pubblicistico con la fondazione di “Mongolfiera” e poi “Zero in Condotta”, che ha avuto un grande ruolo nel movimento antiproibizionista italiano. Se a questo si aggiungono le sue indubbie caratteristiche somatiche e culturali da metal-mezzadro cosmico, non si fa fatica a comprendere come a Valerio l’aria canapina – come si dice qui in Emilia – gli sia più che congeniale. Una sua espressione che allude all’arrivo della primavera e di piacevoli novità come quelle che nascono in un campo di canapa in fiore, luoghi ideali per una classica camporella. Memorabile il suo poster elettorale in stile sovietico con la classica foglia e un Kalashnikov spezzato.

Fu con Valerio che conducemmo un’inchiesta sull’Istituto Colture industriali poi ripresa dalla stampa tedesca e che fece conoscere al mondo i laboratori semi-clandestini di Corticella dove, in nome del proibizionismo di stato, la canapa da autorizzare in Italia sarebbe dovuta essere colorata o per lo meno resa distinguibile da quella da droga e che divenne una vera e propria barzelletta nel mondo scientifico di tutto il mondo. Uno studio che grazie ai raggi gamma e alla manipolazione delle pantegane aveva portato all’inserimento nella lista delle sementi autorizzate della varietà red petiole, la desiderata colorazione rossastra tanto amata dalle nostre forze dell’ordine. L’unica canapa OGM realmente esistente è italiana e l’abbiamo scoperta io e Valerio.

Ruggine meccanica e libertà

Da emiliano ribelle Valerio è sempre stato dalla parte del torto e sempre sensibile ai temi dell’emarginazione. Tanto che dismesso il ruolo del giornalista e ripreso quello dell’autore di libri sulla storia sociale di Bologna si è buttato nel recupero dei detenuti anche ripescando quello che da giovane rifiutava, e cioè il lavoro di meccanico specializzato da applicare nei progetti formativi. A seguito della sua partecipazione al progetto “Liberarsi della necessità del carcere” nato per iniziativa del sindaco di Parma Mario Tommasini, fondatore di progetti di reinserimento prima a Parma e poi a livello nazionale e che Valerio ha coltivato per anni fino ad arrivare anche a dei progetti strampalati come il progetto di allevamento di cavalle da latte in collaborazione con dei detenuti, che secondo un suo amico, avrebbe potuto anche rivelarsi un enorme business perché il latte di cavalla fermentato è l’unica bevanda alcolica autorizzata dall’Islam perché costituiva la bevanda preferita dal profeta Maometto.

Monteventi è stato anche consigliere comunale con una campagna in cui vestito da astronauta combatteva per la cannabis con un mitra spezzato fin dai tempi della guerra nel Golfo e tra i sostenitori più strenui della mitica street parade antiproibizionista. Ma Valerio, forse per l’aspetto orientale ha il gusto per certi tratti fantasmagorici che lo hanno per un periodo spinto con la testa a viaggiare nell’Asia post-sovietica. Tanto da farlo entrare, come racconta nel suo ultimo libro, in uno strano progetto con un suo amico veterinario, che sosteneva che sarebbe stato una operazione di sicuro successo iniziare un allevamento di giumente provenienti dal Kazakistan per produrre il Kumis, un latte fermentato leggermente alcolico introdotto nel mondo arabo dal profeta Maometto che una volta commercializzato avrebbe sicuramene avuto molto successo tra i fedeli islamici. Un progetto che lo conquistò anche se pare non ebbe molti riscontri anche perché il suo amico veterinario gli spiegava che kazakh significa uomo libero. Il piano prevedeva di guidare settanta cavalli lungo i sentieri della steppa dove avrebbe imparato a mungerle e a farne fermentare il latte per poi portare la mandria attraverso la triplice frontiere del Monte Forno.

Fu un ex rapinatore lombardo che gli spiegò qualcosa a proposito del genere femminile e lo fermò all’istante: “Guarda, apprezzo la tua volontà di fare qualcosa per noi, ma io dopo più di dieci anni passati dietro alle sbarre non me la sento di rinchiudermi in un posto fuori dal mondo, che avrebbe tute le caratteristiche di una colonia penale agricola. Io ho bisogno di stare in mezzo alla gente. E poi, dopo tanto tempo avrei sì voglia di accarezzare delle cosce, ma non certo quelle di una cavalla”.

“Sempre meno arrugginiti e sempre più liberi” è il motto con cui Monteventi mi ha consegnato la sua ultima fatica al cui interno il surreale capitolo Cosmogonia metalmeccanica vale veramente un viaggio nella cultura degli operai a fisarmonica del giorno d’oggi.

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