Divertimento

Gli show televisivi sulla cannabis non sono tutti uguali

Per: Kevin, May 29, 2018

Il lato mainstream della cannabis è già arrivato sui nostri schermi con alcune serie provenienti da oltre oceano. Da Netflix ad HBO, sono diversi i network che hanno deciso di investire nella produzione di serie sul tema della cannabis e del suo ritrovato rapporto pubblico con gli americani. Su queste pagine abbiamo già parlato di “High Maintainance” e ne parleremo nuovamente, in relazione ad un altro show che invece chiude i battenti già alla seconda serie: “Disjointed”.

Come già accennato, “High Maintainance” fa un lavoro eccezionale nel rappresentare i consumatori di cannabis perché, usando uno stile antologico, mostra semplicemente la vita quotidiana di persone che fumano. Per quanti ancora non le avessero dato una chance, la serie segue le consegne di un dealer a New York e restituisce un piccolo spezzato di vita di ogni cliente. Certo sono tutti consumatori ludici ma che arrivano da background diversi in termini di classe sociale, razza, religione, genere e sessualità. E il merito di “High Maintainance” è mostrare proprio questa diversità.

“Disjointed”, dall’altro lato, è risultato difficile da guardare anche per un fan di Kathy Bates come la sottoscritta. La sitcom, oltre ad avere la star di Hollywood come protagonista, è registrata davanti ad un pubblico live, ha quelle terribili risate registrate ed è in fondo una lunga sequela di stereotipi che non fanno altro che perpetrare lo stigma del “fattone”. Lo show è ambientato in un dispensario della California la cui proprietaria, il personaggio della Bates, è una vecchia hippie di origine ebrea con problemi di comunicazione col figlio. Accanto a lei, nel dispensario ci sono un’altra serie di personaggi tra cui l’ex marine con sindrome da stress post traumatico e la studentessa asiatica con madre ultra esigente che vive una doppia vita. Gli stessi clienti sono la quintessenza della stereotipizzazione: dalla casalinga e madre frustrata, alla coppia di star di YouTube.

Insomma, già dalla prima puntata sembrava che agli sceneggiatori di “Disjointed” non interessasse molto restituire un’immagine veritiera della comunità cannabica americana. Chi si è sforzato di andare oltre nella visione, ha potuto vedere quegli stereotipi un tantino ridimensionati ma, data la decisione di Netflix di cancellare lo show, non devono averlo fatto in molti. Il network online ha infatti avuto una risposta negativa da parte del pubblico, non solo dei consumatori ma anche dei critici: su Rotten Tomatoes, lo show ho un rating del 23%, “High Maintainance” invece vanta apprezzamenti per il 97%.

“Disjointed” non parodizza soltanto i veterani con i tremori ma anche veri imprenditori del cannabusiness e dell’attivismo per la legalizzazione come Jack Herer. Anche “High Maintainance” non disdegna la parodia, ma la applica a quella middle class bianca che ha hipsterizzato Brooklyn. E lo fa soprattutto in una maniera intelligente quanto provocatoria, utilizzando gli stereotipi per indurre gli spettatori ad un’autocritica riguardo il loro ruolo nella società. La serie, nata nel web su Vimeo e poi acquistata dal network HBO, riesce anche a dare voce alle comunità marginalizzate – estromesse spesso anche dalle rappresentazioni mediatiche – come i migranti e le persone di colore.

Tra i critici di oltreoceano c’è chi dice che il discrimine tra le due serie si possa riassumere nelle differenze che caratterizzano la East e la West coast americane: “Disjointed” è ambientato a Los Angeles e la città è davvero piena di questi fricchettoni, così come è vero che a New York è molto più facile ritrarre nevrosi e cogliere differenze sociali. Eppure per me e buona parte della comunità cannabica americana “Disjointed” è completamente sconnesso dal mondo reale, soprattutto per quanto concerne i veri consumatori di cannabis. Dall’altro lato “High Maintainance” può essere così realistica da incutere timore, nel senso che può far davvero avere dei ripensamenti sulle proprie priorità. In più, nonostante tutti i suoi personaggi disfunzionali, la serie non incolpa mai la cannabis per il lato drammatico: più spesso punta il dito contro i privilegi di una parte di società.

“Disjointed” addita invece fin troppo spesso la cannabis come causa dei problemi dei personaggi e mostra i consumatori sotto un’unica luce, ovvero come persone non particolarmente intelligenti che non riescono nemmeno a completare una frase da tanto sono sballati. Veicolare il messaggio per cui ogni consumatore di cannabis è un fattone, non può che rafforzare idee sbagliate: i creatori della serie in fondo lasciano l’uso di cannabis ai margini, lo dipingono come una sottocultura stravagante o uno stile di vita, piuttosto che come un’attività di svago trasversale.

Possiamo allora prendere la cancellazione di “Disjointed” come un segnale positivo verso una giusta rappresentazione della cannabis? Magari Netflix si sta solo allontanando dall’approccio obsoleto della sitcom. Magari, invece, la rappresentazione del consumatore di cannabis come fricchettone sbadato non fa semplicemente più ridere.

Giovanna Dark

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