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Grazie di tutto Alberto – Paziente italiano muore in Nepal

Per: Kevin, July 18, 2018

Pochi giorni prima della 61ma Conferenza sulle droghe di Vienna, l’amico e compagno Alberto Sciolari ci ha lasciato prematuramente. Un antiproibizionista ed un combattente che ci ha lasciato in eredità il collettivo Pazienti Impazienti Cannabis, un vero e proprio testamento politico ed umano in cui ha ricostruito il suo percorso da malato e grazie a cui ha dato voce ai pazienti italiani che volevano beneficiare delle proprietà terapeutiche della cannabis. Alberto viveva da tempo in Nepal ed è stato aiutato a morire con dignità dal dottor Simone Fagherazzi. È stato cremato secondo un rito buddista ed è stato eretto a Kathmandu un monumento a suo nome. Un monumento che porta un titolo significativo: “Il paziente”.

Gli amici e compagni di Alberto Sciolari hanno notato esattamente tre anni fa come la diplomazia italiana fosse particolarmente colpita dal fatto che Alberto – un paziente italiano estremamente noto per il suo impegno nella elaborazione dei protocolli di applicazione per la canapa terapeutica in molte regioni italiane – avesse partecipato ufficialmente nel 2015 ad un evento collaterale organizzato da Encod nel palazzo delle Nazioni Unite diviso in due parti ma con lo stesso titolo a seconda che la persecuzione dei pazienti cannabis riguardasse l’Austria, gli USA, la Slovenia, la Francia e l’Italia.

Ricordo come improvvisamente fossimo circondati da tutto lo staff della diplomazia italiana capitanata da Sean Coppola che ci invitò ad un party con i capi della polizia, della finanza e dei carabinieri che si teneva la sera stessa sul Danubio. Peccato che secondo quanto sostenevano almeno a voce gli stessi, tutti gli altri eventi collaterali fossero sostenuti in qualche modo dal governo italiano a parte il nostro, completamente autofinanziato.

Grazie di tutto Alberto - Paziente italiano muore in Nepal

Credits @ Encod.org

Caro Alberto. È difficile parlare di te caro fratello. Eri una persona che negli ultimi vent’anni, o almeno a partire dalla mitica Conferenza di Genova, aveva dato tutte le sue energie per la causa che ho condiviso con te. Ma tu hai fatto di più. Nonostante gli acciacchi, assieme ad Alessandra, costruendo i fili e l’architettura del Collettivo Pazienti Impazienti Cannabis e organizzando o almeno cercando di farlo, la cura cannabis terapeutica in oltre venti regioni. Addirittura con la iniziale proposta di estendere la produzione della cannabis addirittura all’esercito. Una prospettiva poi criticata come fallace e inconcludente rispetto al suo percorso di combattente in una sua ultima dichiarazione reperibile in rete sul sito canapa medica.

Alberto aveva buttato il guanto? Non certo quando ci aveva incaricato di vendere materiale di canapa nepalese per aiutare i terremotati del Tetto del Mondo. Sicuramente anche dal punto di vista personale era rimasto scottato dalla inconsistenza e settarismo del movimento che lo aveva emarginato. Come al solito gli idioti non possono esser liberi ma Alberto per essere libero ha deciso di morire lontano dall’Italia. Alberto è morto in un ospedale di Kathmandu dopo esser stato trasportato dal paese dove aveva deciso di vivere.

A pochi giorni dalla Conferenza sulle Droghe Narcotiche come ancora le Nazioni Unite si ostinano a relegare la canapa, Alberto ci ha lasciato. Nella penultima edizione della fiera di Bologna aveva presentato un progetto di ricostruzione di un eco villaggio in Nepal con Tasi Lama Tamang. Poi aveva deciso di costruirsi una casetta e di rimanere ad aspettare la fine di una esistenza sempre più difficile… Insomma io lo avrei voluto prendere un aereo. Addirittura chiamando l’ex rappresentate diplomatico all’Onu Sean Coppola, tanto impressionato dal fatto che avesse osato fumare cannabis alla CND del 2015 che si era prodigato ad invitarci a feste e ricevimenti sul Danubio.

Noi anche allora preferimmo mantenere un profilo decoroso con canne e birre ma solo con compagni, invece di comparire con le guardie di quello spettacolo indecoroso che si ripete ogni anno. Come dice il collega e giornalista austriaco Letterman: ”same procedure as last year”. Good bye Alberto. Namaste.

Enrico Fletzer

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