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Questione di vita o di morte. Nelle Filippine la “guerra alla droga” continua a uccidere, benedetta dal presidente Duterte.

Per: Soft Secrets, October 26, 2018

Lo sdegno internazionale non è bastato. Così come non sono servite le inchieste che organi come Amnesty International o il Tribunale internazionale de l’Aja hanno messo in piedi. Lo scorso 24 luglio, durante il suo terzo discorso annuale sullo stato della Nazione, il presidente filippino Rodrigo Duterte ha dichiarato di fronte alle camere riunite del Congresso che la sanguinosa campagna del suo governo contro il narcotraffico è “lungi dall’essere conclusa”.

Questione di vita o di morte. Nelle Filippine la "guerra alla droga" continua a uccidere, benedetta dal presidente Duterte.

Da quando, nel giugno 2016, Rodrigo Duterte ha assunto la presidenza delle Filippine un numero imprecisato di persone – si pensa superino già le 12.000 – sono state uccise dalle forze di polizia.
Non un solo agente è stato chiamato a rispondere di tali crimini: l’esecuzione a sangue freddo è permessa, e addirittura caldeggiata, nella guerra alla droga che il presidente filippino ha lanciato a inizio mandato.

Spacciatori o consumatori, eroina o cannabis: la polizia filippina è stata istruita a non fare differenze e a colpire duro, a eliminare letteralmente il problema. Le uccisioni extragiudiziali sono diventate una prassi, le autorità invitano i cittadini alla delazione e in tutto il Paese il clima che si respira è quello del terrore dittatoriale. Ma come si è arrivati a tanto?

Noto in patria con il soprannome di “The Punisher”, attribuitogli dalla rivista statunitense Time Magazine per via della rigida politica di ordine pubblico e della cosiddetta tolleranza zero applicata nei confronti delle organizzazioni criminali durante i mandati di sindaco nella città di Davao, Duterte ha acquisito una vasta notorietà in patria grazie alla quale, il 21 novembre 2015, poteva annunciare l’intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2016. “The Punisher” viene presentato dalla stampa come un “Donald Trump delle Filippine”, e vince le elezioni presidenziali del 9 maggio 2016 con un ampio margine, insediandosi a Manila il mese successivo.

In modo contestuale al suo insediamento, Rodrigo Duterte ha lanciato la sua personalissima crociata contro la droga, cannabis compresa, promettendo il pugno di ferro contro i trasgressori. Allora si sapeva ancora poco del nuovo presidente filippino e di come aveva condotto il suo quasi trentennale mandato da sindaco a Davao, una delle città più importanti delle Filippine e la capitale de facto dell’isola di Mindanao. Si vociferava di squadroni della morte, i Davao Death Squads di cui lo stesso Duterte avrebbe fatto parte, che eseguivano omicidi sommari sulla base di liste di proscrizione compilate dai cittadini stessi, sulla base dei loro sospetti. Un regime in nulla diverso da quello messo in piedi dalle SS prima e dalla Stasi poi, in cui la delazione veniva incoraggiata e premiata.

A fornire poi il supporto morale a questa mattanza – evidente già allora nelle strade di Davao – la locale chiesa cattolica, che è radicatissima a livello della popolazione e che ha più volte benedetto l’operato delle forze dell’ordine nella lotta alla droga. A detta loro, “la droga è il vero cancro che distrugge le famiglie e mina la convivenza sociale” e l’operato di quello che allora era solo un sindaco e ora è il presidente, non è certo qualcosa di condannabile, anzi, probabilmente gli aprirà le porte del paradiso. È anche grazie a questo poderoso endorsment – nelle Filippine il 92,5% della popolazione è di fede cristiana – che “The Punisher” arriva alla ribalta nazionale. Un endorsment controverso, dal momento che il presidente si è sempre attestato su posizioni anticlericali e ha addirittura denunciato, in piena campagna elettorale, di essere stato abusato da un prete da bambino. Quello che occorre sottolineare è che, allo stato attuale, la chiesa filippina non ha ancora pronunciato un commento negativo riguardo a Duterte.

Sta di fatto che, nel giro di pochissimo tempo, le Filippine – l’unico stato del Sud Est asiatico senza confini territoriali, formato da un arcipelago di 7.107 isole – sono diventate il teatro di un pericoloso esperimento securitario. Nei discorsi fatti immediatamente dopo l’inaugurazione, Duterte ha apertamente invitato i cittadini a segnalare criminali sospetti e tossicodipendenti. Ha detto che avrebbe ordinato alla polizia di adottare una politica di “sparare per uccidere” e di voler offrire ricompense in denaro per i sospetti consegnati morti. Un paio di mesi dopo, nell’agosto 2016, Duterte annunciò in diretta televisiva una lista di proscrizione contenente i nomi di 150 presunti “protettori della droga”, ed ordinò il loro immediato sollevamento dall’incarico.

Così come quei 150 erano in realtà oppositori del presidente, anche sugli altri nomi meno illustri che hanno riempito le liste governative c’è il ragionevolissimo dubbio si tratti di vendetta personale. Le caselle di posta per “indicare anonimamente persone legate al consumo e allo spaccio di stupefacenti”, nate a Davao e riproposte a livello nazionale, sono infatti probabilmente servite a regolare più di qualche conto personale. E la conta dei morti, a due anni di distanza dall’inizio di questo massacro, rimane ancora incerta.

Quello che è certo è che tra le vittime ci sono troppi adolescenti. Dal giugno 2016 i minorenni uccisi nel corso della “guerra alla droga” sono almeno 60 secondo le fonti ufficiali. Secondo le testimonianze dei familiari, molti di loro sono stati uccisi a sangue freddo con colpi esplosi da breve distanza mentre erano in ginocchio a supplicare di risparmiargli la vita. Un team di ricercatori di Amnesty International ha visitato i centri di detenzione per minorenni nella capitale Manila, riscontrando sovraffollamento e mancanza d’igiene. Alcuni di loro hanno raccontato di essere stati picchiati e torturati dagli agenti di polizia al momento dell’arresto e che sono stati costretti a essere fotografati con della cannabis in loro possesso.

Ad agosto dello scorso anno, l’uccisione del 17enne Kian delos Santos ha provocato uno scandalo nazionale, svelando per la prima volta all’arcipelago il modus operandi della polizia di Duterte. Le forze dell’ordine hanno dichiarato di aver ucciso il ragazzo per autodifesa ma le immagini a circuito chiuso e alcune testimonianze hanno rivelato che agenti in borghese avevano trascinato il ragazzo dopo averlo arrestato in strada, privo di armi, e l’avevano ucciso a sangue freddo in un vicolo. Oltre 12 agenti sono stati posti sotto inchiesta ma ancora nessuno di loro è stato chiamato a rispondere.
“Ora – ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sudorientale e il Pacifico – i meccanismi della giustizia internazionale devono attivarsi per porre fine alla carneficina in corso sulle strade delle Filippine e portare i responsabili a processo. Il sistema giudiziario e le forze di polizia del Paese, sia per incapacità che per mancanza di volontà, non sono in grado di chiamare gli autori delle uccisioni della ‘guerra alla droga’ a risponderne. Il Tribunale penale internazionale – ha aggiunto Gomez – deve aprire un’indagine preliminare e ad ampio raggio: le responsabilità non ricadono solo su chi preme il grilletto ma anche su chi ordina o incoraggia uccisioni e altri crimini contro l’umanità. Il presidente Duterte e altri rappresentanti di primi piano del governo hanno apertamente invocato le uccisioni: e questo, secondo il diritto internazionale, equivale a una precisa responsabilità penale”.
Un altro terrificante aspetto della crociata di Duterte è la stragrande maggioranza delle vittime sono di bassa o bassissima estrazione sociale. Tra gli oltre 12.000 spacciatori e consumatori morti, indicati nel report pubblicato quest’anno da Human Rights Watch, oltre il 90% erano provenienti dalle famiglie più povere del tessuto urbano. Anche l’uccisione di giornalisti rimane una preoccupazione nelle Filippine e si cominciano a sommare segnalazioni di attacchi sommari alle scuole da parte delle forze governative. Gli attivisti di sinistra poi, spesso accusati di essere ribelli comunisti del New People’s Army, sono presi di mira dai militari e nelle Filippine si ritorna a pronunciare la parola “desaparecidos”.

Questione di vita o di morte. Nelle Filippine la "guerra alla droga" continua a uccidere, benedetta dal presidente Duterte.

Nel gennaio 2017 Amnesty International aveva suggerito che, se le autorità filippine non avessero preso misure decisive per fermare le uccisioni della “guerra alla droga”, il Tribunale penale internazionale avrebbe dovuto aprire un’indagine preliminare. In quell’occasione, Amnesty International aveva chiesto l’immediata fine delle esecuzioni extragiudiziali e del loro incoraggiamento da parte di alti funzionari del governo, compreso lo stesso presidente. Il Tribunale penale internazionale ha recentemente fatto sapere che indagherà e porrà speciale attenzione sui crimini contro i minori ma ad oggi non sono note sentenze. L’organizzazione per i diritti umani aveva anche chiesto l’apertura di un’inchiesta efficace e imparziale su tutti i casi sospetti di uccisione illegale ma le autorità filippine hanno completamente evitato di rispondere a queste richieste.

Dal momento che la “guerra della droga” è iniziata, Duterte e i suoi funzionari hanno pubblicamente insultato, umiliato e, in un caso, ha incarcerato i difensori dei diritti umani. La senatrice Leila de Lima, la principale critica del presidente, è in carcere dal febbraio 2017 con accuse di droga: una chiara vendetta personale del presidente, per aver condotto un’inchiesta del Senato sulle uccisioni causate dalla war on drugs. Ma, stando a quanto affermano le cronache, Duterte non si è fermato alle incarcerazioni: in due anni di operazioni, sono già 11 i funzionari locali che sono stati giustiziati a seguito di accuse legate alla droga.

La promessa fatta lo scorso mese da Duterte, di perseguire incessantemente e con maggior vigore la guerra alla droga, può solo significare più sofferenza per i filippini, può solo significare la perpetuazione dell’impunità e la mancanza di responsabilità. Duterte ha sbeffeggiato il Tribunale penale internazionale, che ha avviato un esame preliminare sulle denunce presentate in relazione alle uccisioni. L’Aja, così come il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dovrebbero raccogliere questa sfida aperta e assicurarsi che il presidente ei suoi principali subordinati nella “guerra della droga” siano tenuti a rendere conto di tutto il sangue versato. Quanti altri corpi crivellati di colpi dovranno essere trovati ai margini delle strade prima che la comunità internazionale si decida di agire?

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