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La battaglia degli emendamenti

Per: Kevin, March 4, 2017

Lo scorso 20 novembre la commissione Bilancio della Camera ha cominciato a votare la legge di stabilità per il 2017, l’ultimo importante documento finanziario prodotto dal governo Renzi prima della batosta ricevuta con il referendum costitizionale e le dilazionate dimissioni. Diversi parlamentari all’opposizione di Sinistra Italiana e di Possibile, ma anche alcuni deputati del Partito Democratico, avevano presentato un emendamento per creare un monopolio statale sulla cannabis, sulla falsa riga di quello che già vale per il tabacco, e destinare le entrate aggiuntive alla ricostruzione delle zone italiane coinvolte dagli ultimi terremoti. L’emendamento, ca va sans dire, è stato bocciato ma il tema legalizzazione sembra possa rimanere comunque nell’agenda istituzionale.

Coltivazione e vendita della cannabis sotto monopolio statale – come avviene per i prodotti del tabacco – e utilizzo delle entrate fiscali che ne deriveranno, fino a un limite massimo di 5 miliardi, per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale e gli aiuti alle popolazioni terremotate. Questo il sunto dei due emendamenti presentati lo scorso 20 novembre alla commissione Biliancio alla Camera, in occasione della discussione propedeutica alla legge di stabilità. I deputati (o per meglio dire, reduci) di Sinistra Italiana ci hanno provato: con convinzione, nobiltà d’animo e forse un po’ di ingenuità, o di buon vecchio populismo alla “VotAntonio”.

L’idea era quella di far rientrare dalla finestra una parte della proposta bipartisan dell’Intergruppo, che neanche tre giorni dopo avrebbe ricominciato il suo iter nelle commissioni Giustizia e Affari sociali, dopo il breve passaggio in aula di luglio e il rinvio in commissione a seguito della valanga di emendamenti presentati da NCD e Area Popolare. Il risultato è che anche questa volta la legalizzazione della cannabis in Italia rimane sulla carta. Gli emendamenti sono stati bocciati da buona parte dei deputati del PD e da quelli dell’area di Centrodestra: il Movimento 5 Stelle, oltre ai proponenti, ha votato invece a favore: una conclusione certo non inaspettata, vista la risolutezza e la potenza di fuoco scagliatasi sull’ipotesi legalizzazione solo 4 mesi prima. Ma andiamo a vedere nel dettaglio cosa ci siamo (nuovamente) persi.

Quelli presentati in commissione Bilancio non erano in fondo altro che una versione ridotta di quanto presentato a Montecitorio dall’Intergruppo. Entrambi gli emendamenti, uno a prima firma Giovanni Paglia e l’altro con Daniele Farina come primo firmatario, andavano ad aggiungere un semplice articolo alla manovra, prevedendo che la coltivazione, la lavorazione e l’immissione sul mercato della cannabis e dei suoi prodotti derivati sarebbero state “soggette a monopolio di Stato in tutto il territorio della Repubblica”. L’Agenzia delle dogane e dei monopoli, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e nell’ambito delle risorse umane e strumentali previste a legislazione vigente, avrebbe quindi provveduto “a seguire direttamente tutte le fasi di lavorazione della cannabis conferita, nonché di concedere all’interno del territorio nazionale licenza di coltivazione della cannabis per l’approvvigionamento dei siti di lavorazione indicati dalla Agenzia”.

Praticamente una copia carbone dell’attuale monopolio sul tabacco, che strizza l’occhio al modello Uruguay ma senza indulgere troppo sull’equa ripartizione. Un monopolio con produttori e rivenditori autorizzati, una tassazione talmente alta da dissuadere l’acquisto e un introito pubblico del 100% – la parte teorica in cui il prezzo del bene o del servizio può modificarsi, da cittadino a cittadino, in base a criteri di sussidiarietà per le persone meno abbienti, è ovviamente non pervenuta.

Stando al testo del primo emendamento, nel giro di due mesi il ministro dell’Economia avrebbe dovuto disciplinare “le modalità di concessione delle licenze di coltivazione della cannabis, le modalità di acquisizione delle relative sementi e le procedure di conferimento della lavorazione dei suoi prodotti derivati, determinando annualmente la specie della qualità coltivabile, le relative quantità e stabilendo il prezzo di conferimento; le modalità di immissione sul mercato; il livello delle accise; il livello dell’aggio per la vendita al dettaglio, e le relative modalità di riscossione e versamento, nonché il prezzo di vendita al pubblico del prodotto”. Insomma, tutto in mano ai contabili di Stato, senza l’assunzione di nuovo personale nè la consultazione di esperti. Cosa che ci può anche stare se l’emendamento è inserito in una manovra che, almeno teoricamente, nasce per razionalizzare la spesa pubblica e fondamentalmente far cassa.

Proprio su quest’ultimo punto i deputati di Sinistra Italiana hanno sfoderato un’ortodossia che non vedevamo dai tempi di Togliatti, e hanno voluto legare i maggiorati introiti dello Stato al concetto di ridistribuzione sociale. Nel limite massimo di 5 miliardi, i proventi derivati dalla monopolizzazione della vendita di cannabis avrebbero dovuto infatti essere destinati a due obiettivi diversi: l’incremento del Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale e un Fondo ad hoc per assicurare la garanzia pubblica per la concessione dei contributi diretti finalizzati all’assistenza della popolazione e alla ripresa economica nei territori del centro Italia, messi in ginocchio dai terremoti di agosto e ottobre. Un’idea da acclamazione popolare ma che purtroppo non ha trovato spazio di manovra in un parlamento già impegnato nel tessere nuove alleanze, in vista di quella che sarebbe stata l’annunciata debacle refendaria.

Se l’obiettivo era infatti chiaramente quello di rilanciare il dibattito sulla prima legge giunta allo step della discussione parlamentare, preparare due emendamenti e tentare – senza alcuna speranza in termini di numeri e sostegno politico – di farla passare nella legge di bilancio, in perfetto stile berlusconiano, è stata una mossa del tutto fallimentare. Anzitutto perché, ovviamente, gli emendamenti pur considerati accettabili sono stati bocciati dal fronte compatto PD, orfano della sinistra dem in scissione a favore del No referendario. In quella che due mesi fa era la tesissima fase di conferma del governo Renzi, la speranza di sciogliere l’alleanza con l’ala centrista è stata davvero una pia illusione. Ma soprattutto perché, se l’intenzione era appunto quella di scuotere il destino del famosso ddl dal suo pantano nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali di Montecitorio, il risultato apparente e paradossale potrebbe essere l’affossamento definitivo del fronte legalizzazione.

Probabilmente in buona fede, i deputati credevano che inserendo la destinazione del gettito fiscale a favore delle vittime del terremoto avrebbero avuto a disposizione una corsia preferenziale. E non che l’intento fosse scorretto in termini assoluti. Ma era prevedilmente impensabile che un provvedimento ad alto potenziale ideologico potesse passare in legge di bilancio, specialmente in un clima di campagna elettorale. Insomma, a conti fatti, quella bocciata a novembre si è rivelata una provocazione priva di reale strategia che potrebbe finire per portarsi dietro tutto il lavoro fatto dal marzo 2015.

Ora, come osservano cinicamente in molti, per salvare quel ddl che ha come primo firmatario Roberto Giachetti non rimane altro che scorporarlo in due parti, cercando la solita mediazione all’italiana che le faccia viaggiare in parallelo. Una che si occupi solo del monopolio statale – cioè relativa al rilascio delle autorizzazioni per la coltivazione delle piante, la preparazione dei prodotti derivati e la loro vendita al dettaglio nel mercato legale – l’altra che semplifichi l’utilizzo terapeutico della cannabis già in vigore in diverse regioni italiane. Così com’è, infatti, il ddl è appesantito in commissione da un macigno di quasi 2000 emendamenti e la mossa di infilarlo nella legge di bilancio è stata come minimo scomposta, se non dilettantistica.

Ma forse non tutto è perduto. Sempre a novembre, il comitato Legalizziamo! (una commistione di partiti, associazioni e attiviti tra cui figurano i Radicali, Possibile, l’associazione Luca Coscioni tra gli altri) hanno raccolto e depositato 57.510 firme per una legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione della cannabis. La proposta è decisamente simile a quella dell’intergruppo con alcune piccole ma fondametali differenze, come ad esempio la possibilit’a di coltivare in proprio fino a 5 painte. La volontà dichiarata è quella di dare un sostegno esterno alla legge presentata dall’Intergruppo ed è lungimirante nella misura in cui sarà probabilmente l’unica a sopravvivere alla crisi del precedente governo e alla formazione di quello nuovo.

Non essendo ancora approdata in Parlamento, la proposta di Legalizziamo! sopravviverebbe in ogni caso alla legislatura, in quanto le iniziative popolari restano comunque valide per due legislature. Anche se la statistica non gioca a favore – dal 1979 a oggi solo 3 su 260 legge di iniziativa popolare hanno passato indenni il vaglio delle Camere – è di sicuro rincuorante sapere che di legalizzazione della cannabis se ne parlerà ancora. L’argomento rimane infatti tema di scontro politico molto vivace, e non risparmia colpi di tutti i tipi. Un esempio? Il trio composto da Carlo Giovanardi, Maurizio Gasparri e Gaetano Quaglariello ha presentato un’interpellanza al ministro dello Sviluppo economico sulla serie televisiva “Rocco Schiavone” andata in onda su Rai. I senatori del centrodestra hanno puntato il dito contro una scena in cui il poliziotto impersonato da Marco Gaillini fuma una canna in ufficio. I tre senatori pongono una lunga serie di domande al ministro, chiedendo fra l’altro, “se nella serie televisiva i cittadini saranno avvertiti che un incidente mortale causato da chi ha fumato cannabis, a seguito della recente legge sull’omicidio stradale, viene punito con la detenzione da 8 a 18 anni”.

Insomma, se dalle fila dell’opposizione proibizionista si levano sempre le solite voci sguaiate, dall’altra parte l’idea di riaccendere l’attenzione sulla cannabis legale sulla testa dei terremotati è stata un clamoroso autogol. Se allora è vero che in Italia i tempi della marijuana libera non sono maturi, la lungimirante e paziente terza via di Legalizziamo! potrebbe rappresentare davvero l’ultima carta da giocare in tempi relativamente brevi.

Text: Giovanna Dark

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