Terapeutica

THC e CBD: come si è evoluta la pianta di cannabis secondo la scienza

Per: Soft Secrets, February 14, 2019

Spiace distruggere le convinzioni di qualcuno ma non ci può sballare con la canapa. La pianta responsabile di produrre quella che ad oggi viene definita “cannabis light”, contiene solo quantitativi risibili di delta-9-tetraidrocannabinolo, altresì detto THC. Sembra una cosa lapalissiana ma di questi tempi non nuoce certo ricordarlo… Hanno comunque ragione i fan della light nell’affermare che la canapa provvede comunque un secondo e non meno lucrativo principio attivo: il cannabidiolo (CBD) ha di certo superato il THC nell’interesse dell’opinione pubblica e soprattutto delle compagnie trainanti del cannabusiness. Non per nulla, i dati provenienti da oltre oceano, parlano di un mercato di oltre 200 milioni di dollari – e questo nei soli Stati Uniti, i numeri probabilmente raddoppieranno quando si aggiungeranno quelli del Canada.

Ma come abbiamo fatto a finire con queste 2 particolari molecole, in primo luogo?

Una squadra internazionale di genetisti, biologi e botanici si è messa all’opera per scoprirlo e lo scorso 26 novembre ha reso pubbliche le sue conclusioni. Il gruppo di scienziati, coordinati dall’Università di Toronto, si è concentrato sulle differenze genetiche tra uno strain di canapa (o cannabis light) e uno di cannabis propriamente detta, affidando alla rivista specializzata Genome Resarch i risultati della loro ricerca.

THC e CBD: come si è evoluta la pianta di cannabis secondo la scienza

A onor del vero, questa non è stata la prima volta che la scienza ha provato a mappare la genetica della pianta di canapa. Alcuni membri di questo stesso team avevano già partecipato ad un progetto nel 2011 ma, data la frammentarietà dei risultati, questo non era stato considerato esaustivo. Otto anni fa, gli scienziati erano infatti arrivati a scoprire che le piante presentavano entrambe minuscoli pezzi di DNA che si ripetevano in gran numero in alcune parti del codice genetico. Il pattern però era troppo caotico per poterne individuare le progressioni e gli strumenti utilizzati si erano rivelati inadatti, pertanto lo studio aveva dovuto accontentarsi di risultati parziali, anche se decisamente interessanti.

I genetisti, i biologi e i botanici avevano infatti già allora scoperto che questi pezzi ripetuti non si comportano come il normale DNA delle piante, bensì si comportano come un virus. Questi pezzi di DNA, stando a quanto riscontrato dal team di ricerca, possono replicarsi e inserirsi in tutto il genoma. Il comportamento simil-virus suggeriva che questi segmenti potessero originariamente discendere da virus che una volta infettavano le piante. Inoltre, questi segmenti ripetitivi sono responsabili della lunghezza complessiva di molti genomi di piante e animali: nella canapa e nella cannabis costituiscono il 73% del DNA.

Lo strumento di analisi utilizzato dal team nel 2011 aveva però ridotto il genoma in pezzi troppo piccoli, rendendo difficile l’allineamento dei segmenti – molti dei pezzi iniziavano e terminavano con segmenti ripetuti identici. Questa volta, invece, il gruppo di ricerca ha usato un metodo di analisi in grado di mappare frammenti più ampi e questo è stato sufficiente per ricostruire una versione molto più contigua e meno frammentata del genoma. Gli scienziati hanno anche incrociato la canapa con la cosiddetta “marijuana” – la sorella con più alte percentuali di THC – perché il genoma dell’ibrido ha formato una mappa più completa dei cromosomi dei genitori.

Le mappe genetiche elaborate dagli scienziati hanno mostrato come i geni responsabili di THC e CBD si trovano in punti leggermente diversi ma anche come, in realtà, questi geni condividono lo stesso antenato: entrambi posti sul cromosoma 6, sono circondati da sequenze di DNA ingarbugliato da antichi virus che avrebbero colonizzato la pianta milioni di anni fa. I ricercatori hanno anche scoperto che i segmenti replicanti che si comportano come virus (e che, con tutta probabilità, erano virus molto tempo fa) si sono depositati all’interno e attorno ai geni THC e CBD, contribuendo a creare l’evento di duplicazione che ha permesso ai geni di evolvere negli altri numerosi cannabinoidi di cui la pianta è oggi fornita.

Non a caso, il team di scienziati ha identificato un terzo gene simile che codifica la molecola chiamata CBC, o cannabichromene, un’altra sostanza attiva meno nota ma che sembra avere importanti proprietà farmacologiche e che potrebbe essere responsabile di alcuni effetti psicoattivi nei ceppi di cannabis coltivata a uso terapeutico. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per determinare quando esattamente si siano verificate queste divergenze nei geni di THC e CBD, e soprattutto per capire che aspetto aveva il gene ancestrale. Ma pare che i finanziamenti non mancheranno: l’interesse del cannabusiness per il perfezionamento delle genetiche e la conseguente razionalizzazione della produzione è da sempre uno dei mantra del settore.

Al di la degli aspetti più propriamente tecnici, quello che ci restituisce la ricerca del team di Toronto è un dato incontrovertibile: THC e CBD sono due facce della stessa medaglia, l’uno non potrebbe esistere senza l’altro. Smettiamola di trattarli come se fossero Caino ed Abele.

di Giovanna Dark

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