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Che ne sarà di loro?

Per: Kevin, March 11, 2017

Lo scorso 9 novembre il mondo si è svegliato con Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Uno schiaffo all’establishment politico tradizionale e un sonoro calcio negli stinchi per quanti speravano il tycoon non andasse oltre nell’inquinare il discorso politico nazionale ed internazionale. Per fortuna l’election day ha portato anche buone nuove e dal 1 gennaio 2017, la marijuana ricreazionale è diventata legale in altri 3 stati (California, Massachusetts e Nevada) mentre in Florida, North Dakota e Arkansas si è finalmente dato il via libera all’uso della marijuana a scopo terapeutico.

Una volta cominciati a trapelare i nomi che andranno a formare l’esecutivo Trump, in molti hanno pensato che la war on drugs avrebbe ripreso a tamburo battente ma forse ci sono diverse e buone ragioni che fanno sperare in una desistenza. Trump e i suoi non dovrebbero rappresentare una seria minaccia al percorso di legalizzione e liberalizzazione in atto ormai da più di un lustro negli States.

Diversi economisti ed esperti hanno sottolineato come una marcia indietro sulla legalizzazione, arrivati a questo punto, comporterebbe diversi ostacoli sia dal punto di vista economico che politico, che sociale.

Di seguito troverete 7 ragioni per cui, forse, gli anti-allarmisti non hanno tutti i torti.

Che-ne-sara-di-loro

Ricomiciare una guerra contro la marijuana andrebbe contro la volontà degli elettori

A novembre, 8 stati hanno votato a favore di un’apertura verso la marijuana, sia a livello ludico che medico. Con questo risultato sono ora 28 gli stati che permettono l’utilizzo della cannabis terapeutica e 8 quelli quelli che l’hanno resa completamente legale, incluso il più popoloso: la California. Con un carico come quello dello Golden State, quasi un quarto dell’attuale popolazione americana vive in una realtà in cui gli elettori hanno deciso che gli adulti possono consumare cannabis tanto quanto e allo stesso modo dell’alcool. Da non dimenticare poi che tutti gli stati della federazione, esclusi 8, hanno legalizzato il cannabidiolo ed i prodotti da esso derivati. Ricominciare ad osteggiare la cannabis significherebbe piantare un bel dito medio in faccia agli elettori. Non che The Donald non sia avvezzo a questo tipo di comunicazione ma, come vederemo in seguito, il gioco non vale la candela.

Il discorso pubblico sulla cannabis sta andando in direzione opposta

Se da un lato è vero che i democratici sono sempre stati in generale più favorevoli alla legalizzazione rispetto ai Repubblicani – rifugio di neo-con, proibizionisi ed integralisti cristiani –, è anche vero che stati storicamente conservatori hanno negli ultimi anni aperto alla cannabis, nonostante le leggi federali la classifichino ancora sullo stesso piano dell’eroina. Stando poi ai sondaggi pubblicati dall’agenzia Gallup prima delle elezioni, lo scoso ottobre, negli States si è raggiunto il picco del 60% dei consensi riguardo l’utilizzo della marijuana in un regime di legalità. Se si parla poi di cannabis terapeutica, i consensi schizzano al 90%.

Trump stesso si è dichiarato favorevole alla cannabis medica e sul fatto che gli stati decidano autonomamente in fatto di legalizzazione

Il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, appuntato da Trump a capo del Dipartimento Giustizia e il generale in pensione John Kelly, promosso alla direzione Dipartimento della Sicurezza Interna, hanno apertamente criticato il meccanismo della legalizzazione in più occasioni. Sessions l’ha definito “un tragico errore” e ha detto che la marijuana “non è una di quelle cose che dovrebbero essere legalizzate”. Kelly invece l’ha buttata più sull’internazionale e ha affermato che l’ondata di cannabis libera “manda segnali confusi alle altre nazioni, dando l’impressione che gli USA non si preoccupino più della battaglia contro la droga”.

Trump invece sembra essere di diverso parere. Decenni fa disse che tutte le droghe dovrebero essere legalizzate in nome del profitto, che si potrebbe fare sia in termine di lotta al mercato nero che di tassazione, da spendere eventualmente in programmi di recupero e sensibilizzazione. Lo scorso anno, interpellato da Fox News sulla questione cannabis medica, ha dichiarato: “Sono favorevole al 100%”. E sebbene in uno dei suoi dibattiti iniziali in Colorado, nel 2015, abbia detto di voler opporsi alla legalizzazione diffusa della marijuana per i maggiorenni, ha anche precisato che dovrebbero essere gli stati stessi a regolare la questione in forma interna.

La war on drugs non sembra essere tra le priorità nell’agenda di governo

I pochi commenti di Trump sulla marijuana non hanno la forza per assurgere al livello di promessa da campagna elettorale: sebbene The Donald si sia provato più volte più che flessibile riguardo al significato delle sue stesse dichiarazioni, esiste il fatto incontestabile che il nuovo presidente non parla quasi mai di cannabis. Il blasonato The Times ha fatto una ricerca all’interno dell’attivissimo feed Twitter di Trump e la parola “marijuana” non produce alcun risultato, contro ad esempio le 100 menzioni che risultano con la parola “immigrazione”.

C’è poi da dire che le scarse risorse a disposizione del nuovo presidente e del suo Gabinetto non possono coprire tutte le battaglie di cui il tycoon si è fatto condottiere. “Ha parlato di cambiare le politiche federali praticamente ad ogni livello possibile” dice Mason Tvert del Marijuana Policy Project, “ma non ha mai fatto menzione del fatto che lo voglia fare per quanto riguarda la gestione federale dei singoli legal marijuana bills prodotti dagli stati. Se poi vogliamo guardare al Trump imprenditore, è difficile pensare che voglia smantellare un settore che si sta rivelando produttivo e generatore di posti di lavoro: se decidesse di smantellarlo si attirerebbe di sicuro le ire anche dell’imprenditoria locale e dei sostenitori delle autonomie statali.

Condurre una guerra costa molto denaro

Una delle tattiche che il governo Trump potrebbe usare per smantellare quanto la legalizzazione ha creato, potrebbe essere quella di inviare lettere ai proprietri degli immobili in cui sono presenti dei dispensari, intimandogli di sfrattare i suoi inquilini: pena il sequestro dei beni per violazione del federal Controlled Substances Act. Oppure le potrebbe mandare agli stati stessi, dicendo di revocare in blocco tutte le licenze che sono state concesse a produttori e rivenditori. Queste due possibilità sono in effetti messe a disposizione nella sala ovale ma difficilmente verranno firmate.

Anche se il nuovo gabinetto spingesse per una soluzione del genere, operazioni di questa portata costano una marea di soldi e il Congresso tende a tenere i rubinetti chiusi. La fazione degli antiproibizionisti spera che il peso politico in termini di numeri di stati come la California, possa scongiurare un’eventuale si del Congresso ad un’operazione del genere. E, a conti fatti, fanno bene ad essere ottimisti: prima ancora delle elezioni dello scorso anno, alcuni membri del Congresso hanno dimostrato sensibilità alla causa e hanno fatto passare un emendamento che impedisce al governo di spendere budget per perseguire pazienti in cura con marijuana o distributori che siano stati autorizzazti dalle leggi dei singoli stati. In tutti gli stati in cui la legaliazzione è realtà, ci sarà sicuramente molta pressione sui delegati affinché si mantenga questa nuova regola.

Con la cannabis ci si fanno un sacco di soldi e se ne possono fare ancora di più in futuro

Se il mercato della marijuana legale dovesse cessare di esistere in futuro, questo significherebbe la distruzione di migliaia di piccole imprese e la perdita di altrettanti posti di lavoro. Oltre a rappresentare un gigantesco regalo per il mercato nero, una prospettiva simile sarebbe una grave perdita per gli investitori. Il cannabusiness americano vale ad oggi 7 miliardi di dollari l’anno e, stando alle previsioni dell’agenzia ArcView, ne varrà più di 20 emtro i prossimi 3 anni. E sebbene molte corporations e joint venture finanziarie siano ancora riluttanti nel firmare grossi assegni a causa delle leggi federali, altre si stanno dimostrando ansiose di investire nella nuova “green rush”. Tra loro anche uno dei membri del transition team scelto da Trump per traghettare alla Casa Bianca, il milionario di Silicon Valley Peter Thiel. Ad oggi negli States c’è un enorme potenziale per la formazione di capitale e la crescita esponenziale dimostrata finora rappresenta un ottimo deterrente all’eventuale cambio di rotta. In più è tutta roba fatta in casa e, almeno per il Trump della campagna elettorale, l’idea di rilanciare il made in USA era uno dei primi punti del programma.

Il reale potere delle leggi federali in merito alla cannabis è tuttora incerto

L’amministrazione Obama ha redatto diversi “memorandum” che essenzialmente sono un semaforo giallo per gli stati che hanno legalizzato la cannabis. Nonostante i singoli stati si siano impegnati a mantenere standard federali quali l’accesso esclusivo ai maggiorenni e a redarre sistemi regolatori ben precisi, quei memorandum stanno a ricordare che il governo federale sta ancora semplicemente tollerando. Questo di fatto non ha però ancora reso la marijuana del tutto legale sul suolo statunitense e chiunque opera in un dispensario o si occupa della produzione lo fa tutt’oggi in violazione della legge federale: molti sono ancora gli interrogativi sul reale potere dei federali di chiudere o meno il mercato. In tanti sono del parere che la questione avrebbe dovuto essere affrontata apertamente dalla Corte Suprema ma quest’ultima si è rifiutata più volte di tenere udienza in merito.

I motivi per cui The Donald probabilmente lascierà intatto l’attuale orientamento, come abbiamo visto, sono diversi e fondati. Ma anche nel caso in cui l’amministrazione Trump decidesse di interferire, ci sarebbero chiari e distinti paletti. Primo fra tutti quello che impedisce al governo federale di obbligare gli stati a proibire la marijuana, invalidando le leggi statali scritte a seguito di consultazione popolare. Sebbene la DEA possa ancora andare stato per stato ad arrestare singoli individui, almeno in teoria, le forze dell’ordine locali non sono obbligate a collaborare. Fino ad oggi i federali si sono infatti concentrati soprattutto sui pesci grossi.

Insomma, se è vero che il nuovo presidente USA è una potenziale sciagura per molti aspetti del vivere comune, primi fra tutti la convivenza pacifica e il politically correct, l’attuale status quo in tema di cannabis non è probabilmente in pericolo.

Text: di Giovanna Dark

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