Canapa terapeutica, la parola ai ricercatori

Fabrizio Dentini
07 Feb 2015

I cannabinoidi, oltre ad essere presenti in natura nella pianta della cannabis, sono presenti e prodotti anche dall'organismo umano. Il sistema endocannabinoide (dove per endo si intende interno al corpo umano) è il responsabile della produzione e del funzionamento dei cannabinoidi prodotti dal nostro corpo e svolge un'azione parallela a quella svolta dai cannabinoidi che possiamo assumere grazie alla pianta di canapa


Inoltre, regola l'assorbimento energetico del nostro organismo, il movimento degli elementi nutrienti, il loro metabolismo e la loro conservazione. Gli endocannabinoidi regolano diverse funzioni del sistema nervoso, dell'apparato cardiaco, del sistema riproduttivo e del sistema immunitario. 

Infine aiutano il nostro sistema nervoso a comunicare, funzionando come messaggeri fra una cellula e l'altra. Nel complesso quindi, questo sistema svolge una funzione pro-omeostatica, si attiva cioè quando nell'organismo si verificano degli scostamenti dallo stato ideale, omeostasi appunto.

Tratte dal libro “Canapa Medica. Viaggio nel mondo del farmaco proibito” di seguito l'opinione di due ricercatori nostrani: Daniele Piomelli, direttore del Dipartimento “Drug Discovery and Development” dell'IIT di Genova e professore di Anatomia e Neurobiologia ad Irvine presso la University of California e di Luigi Romano, laureato in Biologia Ambientale nel 2010 presso l’Università di Bari e ricercatore presso Bedrocan, ditta olandese che produce cannabis per scopi medici.

Cos’è e perché serve studiare il sistema endocannabinoide?

Dottor Piomelli: «Studiare il sistema endocannabinoide è importante come lo è studiare il funzionamento del cervello. Stiamo parlando di un sistema di trasmissione celebrale. La maggior parte degli italiani non conosce cosa sia e quindi non conosce nemmeno la ragione per la quale il suo studio sia molto importante. Dall'altro lato, la maggioranza degli italiani conosce cosa sia la marijuana e quali siano i suoi effetti psicologici: l'allegria, la creatività, la socialità e la diminuzione dell'ansia». 

E voi ricercatori di cosa vi occupate?

«Vogliamo capire gli effetti positivi e negativi della canapa e capire come mai questo farmaco funzioni. Studiare il sistema endocannabinoide è una maniera per comprendere meglio il funzionamento del nostro cervello. La canapa agisce perché imita un sistema di neurotrasmissione che il cervello, animale e umano, ha sviluppato nel corso dell'evoluzione. Il sistema endocannabinoide svolge funzioni importantissime a livello di controllo dell'umore, del dolore e dell'appetito. La canapa utilizzata in contesto terapeutico aumenta l'appetito, migliora l'umore e diminuisce il dolore. Noi studiamo affinché in un futuro sia possibile avere gli effetti positivi della canapa, come quello analgesico e antidepressivo senza avere gli effetti negativi, come la produzione di dipendenza, allo stesso modo di nicotina ed alcol. La pericolosità relativa di questa sostanza è comunque molto bassa e le conseguenze della sua dipendenza, come l'irritabilità e la perdita del sonno sono certamente più blande rispetto ai farmaci oppiacei». 

A che punto è la ricerca nel nostro paese? 

«In Italia manca la sperimentazione sull'uomo perché, essendo molto costosa, serve il sostegno e l'investimento dell'industria farmaceutica che sponsorizzi queste ricerche permettendo di applicarle a livello umano. Nel contesto internazionale il contributo italiano è molto importante a livello qualitativo, a cominciare dal lavoro di Di Marzo, e si situa allo stesso livello degli altri paesi europei e extraeuropei. La differenza con gli Stati Uniti è che, seppur in quel paese la legislazione sia schizofrenica con conflitti fra legge federale e nazionale, la quantità di ricerche effettuate è certamente maggiore che da noi. In Italia la politica incide sul nostro lavoro, non tanto sulla ricerca di base, ma parecchio sulle ricerche cliniche. La legge italiana è piuttosto restrittiva. È molto difficile fare uno studio clinico utilizzando farmaci cannabinoidi e gli studi sulla canapa sono difficili da realizzare perché essendo questa sostanza considerata una droga risulta di difficile reperibilità».

Di cosa avreste bisogno per lavorare più efficacemente? E cosa ne pensa del processo di legalizzazione in atto negli Stati Uniti?

«Sapendo che non si tratta di un farmaco pericoloso, che necessita di un migliore studio per fornire risposte certe e visto che la sua utilità in certe situazioni è ormai pacifica, per rendere più semplice la ricerca clinica servirebbe una legislazione più razionale che tolga barriere ed ostacoli alla ricerca scientifica. Io sono favorevole alla depenalizzazione e credo che questa sostanza possa essere legalizzata seguendo una serie di regole, come ad esempio vietandola ai minorenni. Quello al quale io sono fortemente contrario è allo sdoganamento dell'utilizzo ludico mascherato da terapeutico, non perché credo che l'uso ricreativo sia pericoloso, ma perché sono convinto che bisogni chiamare le cose con il proprio nome e regolamentarle di conseguenza. Per quel che riguarda l'autocoltivazione da parte dei pazienti credo che non sia la soluzione ottimale, ma è comunque una soluzione che capisco, soprattutto se si tratta di patologie importanti come ad esempio chi la usa per contrastare gli effetti della chemioterapia. Negare a queste persone l'utilizzo compassionale della canapa costituisce un atto criminale e sicuramente non etico e credo che ciò sia ovvio per chi è capace di un atteggiamento empatico». 

Dopo il Dott. Piomelli ecco l’opinione del più giovane collega Luigi Romano, con un passato di ricerca presso la Bedrocan, ditta olandese che produce cannabis per scopi terapeutici: la sua storia ci permette di entrare a contatto con una realtà di eccellenza nell'ambito della ricerca cannabinoide e di confrontarla con lo stato della ricerca nel nostro paese. 

Che tipo di ricerche avete condotto in Olanda?

Dott. Romano: «L’oggetto della nostra ricerca è stato l’olio di Rick Simpson, quindi cannabinoidi applicati nella cura del cancro. La prima parte del mio stage si è focalizzata sulla ricerca bibliografica riguardo cannabis, cannabinoidi e cancro ed è stata svolta in Italia. La seconda parte si è svolta in Olanda presso l’Università di Leiden. L’attività di laboratorio consisteva nel riprodurre e analizzare “5 ricette” per produrre l’olio di cannabis tra le quali quella di Rick Simpson che consiglia l’uso della nafta. Le altre 4 erano con etanolo, etere e 2 con olio d’oliva extra vergine.  Il nostro obiettivo era quello di individuare una buona “ricetta” riproducibile nella quiete domestica anche da persone non proprio in salute».

Cosa siete riusciti a comprendere?

I risultati indicano che la nafta è da evitare, l’etere è buono ma deve essere maneggiato con attenzione, l’etanolo è buono ed è il solvente maggiormente utilizzato e le due ricette con olio d’oliva sono le più tranquille da effettuare in quanto non richiedono l’evaporazione del solvente e il relativo sprigionarsi di fumi. Prendendo insieme i risultati della mia ricerca bibliografica (test in vitro, test in vivo, trial clinici), delle evidenze riportate da tanti pazienti si può dire che i cannabinoidi hanno sicuramente un’azione sulle cellule tumorali e che la forma terapeutica che molti pazienti stanno usando è l’olio di cannabis, ovvero un estratto concentrato che contiene soprattutto cannabinoidi e terpeni». 

Cosa hai imparato da questa esperienza di ricerca olandese?

«L'attività di ricerca alla Bedrocan è incentrata soprattutto su cannabis/cannabinoidi e sui metodi di somministrazione del farmaco. L'aspetto agronomico della cannabis viene sviluppato principalmente nelle serre che sono situate a Veendam. Cercano di valutare tutti i diversi parametri di coltivazione (dal pH, alla quantità di acqua giornaliera, ecc...) per arrivare a definire la migliore condizione di crescita delle piante. Le varietà che producono sono diverse, dalla rinomata Bedrocan al Bediol, Bedica, Bedropoor, eccetera. Le genetiche sono fornite da Sensi Seeds. 

Ovviamente la standardizzazione delle piante deriva da un ambiente controllato ed esso stesso standardizzato. Lo standard medico si raggiunge garantendo la presenza e quella certa concentrazione di cannabinoidi. Questo risultato lo si ottiene solo in serra e seguendo le GAP (Good Agricoltural Practices). Per quel che riguarda i cannabinoidi la Bedrocan cerca di isolare e caratterizzare i vari cannabinoidi partendo da materiale vegetale. Per le tecniche di somministrazione del farmaco sono molto concentrati sul vaporizzatore e cercano di coinvolgere altre figure professionali per sviluppare strumenti e metodi sempre più efficaci. Per quel che ho potuto vedere sono un punto di riferimento per chiunque svolga ricerca su cannabis e cannabinoidi: avendo la disponibilità praticamente immediata di materiale vegetale controllato, coltivato secondo le GAP e standardizzato in contenuto di cannabinoidi, la loro ricerca può andare avanti senza i vari ostacoli che si presentano in altri paesi europei. Senza contare la presenza in Olanda di istituzioni quali il Cannabis Bureau e NCSM [NDR. Associazione olandese per la cannabis legale e medica]. 

La ricerca sui cannabinoidi ha fatto, e continua a fare, passi da gigante».

Cosa ne pensi della situazione della ricerca in Italia? 

«In Italia si lavora e si lavora tanto, basti pensare a Di Marzo, De Petrocellis, Grassi. Il problema è sempre la regolamentazione e tutto quello che ne deriva. Non conosco i dettagli di altri laboratori ma durate l'anno di tesi il mio prof. ordinò un flaconcino di THC, circa 25mg. Il flaconcino è arrivato dopo la mia laurea, circa 2-3 mesi dopo. Questo è solo la mia esperienza ma credo che in molti laboratori le cose siano così. Quindi, come si può fare ricerca se nel frattempo che attendi il prodotto altri gruppi di ricerca nel mondo hanno già pubblicato nuovi e diversi studi?».

Le testimonianze di questi due ricercatori raccontano una verità semplice e disarmante. In Italia, la canapa è di difficile approvvigionamento non solo per i malati, ma anche per gli studiosi interessati a studiarne gli effetti per motivi scientifici. Se da un lato la cannabis è di difficile reperibilità, ostacolo che può nuocere a priori sull'ampiezza e profondità della ricerca, dall'altro i ricercatori avrebbero bisogno d'investimenti strutturati che permettano di applicare le ricerche effettuate su modelli animali all'essere umano. 

Nel frattempo i pazienti, futuri beneficiari della ricerca scientifica, si adeguano a questo contesto di mancato finanziamento e quando possibile svolgono in proprio, un'analisi che non ha nulla di scientifico, ma che spesso e volentieri raggiunge il fine ultimo di questo tipo di ricerca, migliorare la condizione umana e soprattutto e più concretamente, la loro vita di tutti i giorni.

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Fabrizio Dentini